Lapis. Percorsi della riflessione femminile – di Lea Melandri

La prima rivista a disposizione delle utenti nella sua intera collezione (1987 – 1996) è il periodico Lapis, percorsi della riflessione femminile diretto da Lea Melandri, e posseduta in forma cartacea dalla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna. Digitalizzazione, conversione in epub e pubblicazione online sono operazioni a cura dello staff del Server Donne.
Presentazione
Nel gennaio 1988 esce, per le Edizioni Caposile di Milano, il primo numero della rivista “Lapis”. I simboli e le metafore con cui si presenta al pubblico sono quasi tutte di carattere ‘spaziale’: dal sottotitolo, “percorsi della riflessione femminile”, alla didascalia che compare nella quarta di copertina, “una geografia non una genealogia, paesaggi inquinati ma dove può nascere movimento e libertà”, fino all’editoriale che ne esplicita le intenzioni: “uno spazio di scrittura da cui tornare a interrogare le esperienze delle donne (…) situate attualmente su punti lontani e tra loro estranei”.

Nel marzo 1989, dopo quasi un anno di sospensione dovuto alle difficoltà economiche del primo editore, “Lapis” passa alla Faenza Editrice e successivamente, nel 1993, alle Edizioni La Tartaruga fino al dicembre 1996, quando anche la casa editrice fondata da Laura Lepetit è costretta ad abbandonarne la pubblicazione. Dopo la chiusura, la redazione deciderà di far uscire due libri – Lapis. Sezione aurea di una rivista 1987-1997 (a cura di Lea Melandri, Il Manifestolibri, Roma 1998) una raccolta degli articoli ritenuti più significativi del progetto “Lapis”, e Incubi di pace ( a cura di Paola Redaelli, con Laura Kreyder, Lea Melandri, Maria Nadotti, Il Manifestolibri, Roma 2000) scritti inediti riguardanti in modo particolare le emozioni suscitate dalla Guerra nella ex-Jugoslavia.

Rileggerla fuori dall’urgenza delle uscite trimestrali, permise già allora di vederne aspetti inosservati e formulare nuove domande sul senso complessivo del percorso fatto: che “spazio di scrittura” aveva rappresentato la rivista per una “riflessione femminile” che si voleva distante sia “dalla stampa di stretto uso politico” che dai saperi specialistici dell’accademia? Quali “nessi” erano affiorati dall’accostamento continuo di “vita sessuale e affettiva” dell’individuo e “complessità del fare collettivo”?

Parlando dell’ingresso in un’altra lingua, Laura Kreyder aveva scritto: “La lingua straniera, obbligando a separarsi, e a ricongiungersi, può salvare dall’intolleranza (in primo luogo verso se stessi), dal silenzio. Quel movimento pendolare tra lontano e vicino, straniero e casalingo, estraneo e famigliare, è necessario”. Il porsi al di fuori del proprio corpo linguistico appare, a chi traduce, una “spossante guerriglia con la lingua materna”, senza restarne prigioniere (Paola Redaelli).

Nel momento in cui si è pensata come luogo di scrittura distinto dalla produzione letteraria e dalla saggistica tradizionalmente intesa, “Lapis” ha finito per fare proprio quell’effetto di “spaesamento” che era stato dei gruppi di autocoscienza e pratica dell’inconscio negli anni ’70: “il raccontare i fatti della propria vita all’interno di una relazione che imprime a quei fatti un significato e una direzione diversi da quelli originari”, il “disfare” trame precedenti per creare nuovi intrecci (Manuela Fraire). Pur non potendo contare sulla presenza fisica, ma solo sull’ascolto di cui è capace la lettura, è stato possibile usufruire per scritti tra loro molto diversi di quel “salvifico bilinguismo” che è il ragionare con la memoria profonda di sè, la “lingua intima dell’infanzia” e, contemporaneamente, con le “parole di fuori”, i linguaggi della vita sociale, del lavoro, delle istituzioni.

Che si dovesse passare per un faticoso andirivieni tra “barlumi di sapere prodotto dalla lentissima trasformazione di noi stesse” e i “cento ordini della cultura analitica dell’uomo”, a cui ci legavano famigliarità e discrepanza, era una consapevolezza già presente alla fine degli anni ’70 (A zig zag, fascicolo speciale, Milano 1978). Ma è stata la rivista, dieci anni dopo, a ricollocarne l’attuazione in un progetto comune. Il ragionare sulla scrittura è sempre in qualche modo presente, in maniera più esplicita quando si rintracciano a margine dei testi letterari, nei diari, nelle lettere, i sentieri che “conservano la rappresentazione di ciò che per l’autrice è stato e ha comportato lo scrivere”, il tentativo originale, ma non senza costi, di tenere insieme “creazione di sè come individui e creazione letteraria”. Ma anche là dove compare una materia di esperienza prossima al silenzio, imparentata con la vicenda biologica del femminile e con i territori della patologia, può capitare che il bisogno di “dar conto di sè a se stessa” spinga una donna a cercare un lessico che la porti fuori dal “non dicibile”.

Condannate a restare zona d’ombra sono parse la sofferenza fisica e psichica, le traversie del corpo, della sessualità, ma anche la barriera di immagini, ruoli, figure, che ha tenuto l’esistenza femminile prigioniera di una identità incorporea. Ciò non ha impedito -come notava Maria Nadotti a proposito di Frida Kahlo- di affermare attraverso un’ “automitizzazione sapiente” l’ “assoluta ineludibilità del privato”, e di dare a un corpo “frantumato e sterile” un’espressione “poetica, universale”. Il tema del corpo e delle figure in cui si è creduto di poter fissare un’identità del femminile è anche per altre artiste, come Cindy Sherman e Sophie Calle, al centro di una sorta di “ossessiva e reiterata auto-messa in scena”, fatta di travestimenti, mimesi, artifici, che permettono di sottrarsi alle “strettoie della seduttività a tutti i costi”.

Del resto non stupisce che le messa in parola o la rappresentazione di una materia che sembrava destinata a restare sepolta abbia avuto, per alcune singole coscienze particolarmente lucide, un costo così alto, quando un movimento di donne, dopo aver fatto della sessualità l’oggetto primo della sua pratica politica, con un rapido rivolgimento è tornato ad occultarla, quasi non fosse più un problema o non meritasse più di essere nominata. Dopo aver intuito il posto che ha il desiderio sessuale nel soggetto e quale peso esso abbia nella partecipazione individuale ai fatti del mondo, è subentrato il diniego di quella esperienza, il rifiuto ad approfondirne le contraddizioni.

Sorte analoga hanno avuto l’amore e la maternità, analizzata negli anni ’70 quasi esclusivamente dal punto di vista della figlia. Il sogno d’amore e “l’enigma della fecondazione”, le aporie della maternità -sentimenti opposti di pienezza e svuotamento, nascita e morte-, e la strana, paradossale convivenza con un corpo che è noi e altro da noi, la “zona di conoscenza più vicina” e “meno frequentata” (Rossana Rossanda), rimandano inequivocabilmente all’esperienza originaria dell’essere stati “due in uno”, separati e confusi nel corpo femminile, prima dimora e primo mondo per ogni essere umano. Forse è per questa radice antica che la relazione con l’altro si configura come “zona di confine”, “impervia ma ineludibile, compresa fra desiderio e paura, attrazione repulsione”, dove “le frontiere vacillano…e il concetto stesso di differenza risulta troppo semplice, troppo fisso” (Rosella Prezzo).

Ma la donna, a cui nessun congiungimento amoroso può dare l’illusione del ritorno al corpo dello stesso sesso che l’ha generata, non ha forse una risorsa in più per approdare alla “irrinunciabile solitudine del singolo”? Letteratura e viaggio -scriveva PaolaMelchiori- si somigliano perché vedono nell’ignoto il luogo irraggiungibile di una ricomposizione tra corpo e mente, azione e pensiero. “Modificarsi, a partire dall’esperienza di non avere un luogo fisico, un corpo dentro cui tornare” farebbe della donna -secondo Manuela Fraire- un soggetto “strutturalmente differente dall’uomo, con un grande potenziale di “dimestichezza rispetto al cambiamento”. La perdita dell’oggetto primo del desiderio, o, al contrario, la continuità che ne rende possibile il ritrovamento, sia pure illusorio, segna in modo diverso il destino del maschio e della femmina, ma la curvatura verso il ritorno sembra imporsi con la stessa forza per entrambi. Come leggere altrimenti l’attesa femminile di una “nuova nascita”, che cerca nel rapporto d’amore, nella maternità, nella scrittura o nel viaggio la sua culla ideale? Non è forse la nostalgia che spinge a vedere nel luogo in cui si è nati lontane “radici” di un albero che si è piantato stabilmente nel cuore, o “l’isola mai ritrovata” di una mitica infanzia felice? Che cosa sono per le donne la fiaba, il sogno d’amore, il mito dell’androgino, che costituiscono -notava Paola Redaelli- “l’origine della loro arte solo a patto e proprio in quanto non esprimono la loro realtà”?

La “preistoria” in cui si è imbattuto il femminismo degli anni ’70, con il suo carico di sogni e insopportabili dipendenze, non aveva il volto rassicurante di incontaminate genealogie femminili, ma i segni del passaggio forzato che, per avere pensieri parole e movimenti, le donne hanno dovuto fare lungo strade aperte dall’uomo. Prima ancora che il sessismo nelle sue forme più selvagge e manifeste -maltrattamenti, stupri,omicidi, ecc.-, che non a caso sono venuti allo scoperto solo in anni più recenti, oggetto della presa di coscienza è stata agli inizi la “violenza invisibile” o “violenza simbolica”, l’interiorizzazione di una visione del mondo, schemi cognitivi, habitus mentali segnati dal protagonista unico della storia: il sesso maschile. La ricerca di un’individualità femminile “autonoma”, capace di prendere distanza critica da ruoli, identità, modelli incorporati, si era capito da subito che sarebbe stata lenta, piena di ostacoli, tutt’altro che lineare e continuativa.

Nel suo libro, Il dominio maschile (Feltrinelli 1998), scrive Pierre Bourdieu: “Abbiamo incorporato, sotto forma di schemi inconsci di percezione e di valutazione, le strutture storiche dell’ordine maschile; rischiamo quindi di rincorrere, per pensare il dominio maschile, a modi di pensiero che sono essi stessi il prodotto di tale dominio.” Per sottrarsi a un rapporto di potere “che è inscritto in tutto l’ordine sociale” e che, al medesimo tempo, “opera nell’oscurità dei corpi”, era chiaro che occorreva spingere la politica fin dentro quella “materia segreta” che sta ai confini tra inconscio e coscienza, costringerla a confrontarsi con “le acque insondate della persona”, con tutto ciò che è stato considerato “non politico”. Ignorare gli ostacoli, accelerare il passo, ci avrebbe ricondotto inevitabilmente alle astrattezze ideologiche che il femminismo, nelle sue intuizioni più radicali, aveva marcatamente criticato.

E’ la svolta verso un’idea di politica costruita in analogia col pensiero maschile, come una sorta di “rivalsa nel simbolico” -l “ordine simbolico della madre”, le “genealogie femminili”, la priorità della lingua materna, ecc- , che “Lapis” riconosce e critica nelle posizioni assunte dalla Libreria delle donne di Milano a partire dagli anni ’80, note come “il pensiero della differenza sessuale”. L’autocoscienza -come notava Manuela Fraire in Lessico politico delle donne. Teorie del femminismo (Gulliver, Milano 1978) “è stato uno strumento abbandonato precocemente”, e i suoi frutti maturi sono stati in parte raccolti da certe scritture che ne conservano la traccia. Il riferimento è in particolare al gruppo milanese “sessualità e scrittura”, “sessualità e simbolico” (A zig zag, fascicolo speciale, Milano 1978), alle scritture di esperienza dei corsi delle donne (Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano) e alla rivista “Lapis”.

Nel momento in cui dal movimento femminista si passa al femminismo diffuso, gli orientamenti dominanti finiranno per essere, da un lato l’assorbimento e la ridefinizione del patrimonio prodotto dalle donne da parte di ambiti istituzionali della politica e della cultura, dall’altro la tentazione di fondare un soggetto forte, una “tradizione di donne”, che come tale ha bisogno di un’ “autorità” e di un linguaggio, un ordine simbolico su cui fondarsi. Nella costruzione identitaria di una “differenza femminile” con cui affrontare la vita pubblica, sparisce l’attenzione al corpo, al sé, al vissuto personale, e anche il sapere che ne discende porta i segni di una posizione essenzialistica, rassicurante e destinata ad avere molto seguito, proprio perché sembra portare fuori dalla lentezza e dalle secche delle pratiche di liberazione.

Rispetto a queste due posizioni, la rivista “Lapis” ha rappresentato un percorso a parte, critico rispetto al “pensiero della differenza”, ma anche rispetto al proliferare di “studi di genere” in ambiti accademici. L’intento che muove la redazione, formata inizialmente da alcune delle donne che avevano dato vita al gruppo “sessualità e scrittura”, è quello di continuare a riflettere sui legami che ci sono sempre stati tra vita e politica, sui poteri e saperi della sfera pubblica e, contemporanemente, su tutte le esperienze essenziali dell’umano sedimentate nel vissuto profondo e nella memoria del corpo degli individui, di un sesso e dell’altro.

E’ a questa “geografia”, pensata come estensione della politica alla vita nella sua interezza, che si ispirano le “rubriche” così poco tradizionali di “Lapis”.

Le rubriche:

Il sapere e le origini
Il rapporto personale col sapere, con le discipline, i modelli, i linguaggi dati, interrogati a partire dall’investimento affettivo e dalla loro presunta indifferenza sessuale, dalle reticenze e dalle zone d’ombra che contengono. Un ripensamento aperto a percorsi autonomi o a tentativi di elaborazione di un pensiero divergente che, più che esporsi, si cerca.

Testi/Pretesti
Testi letterari femminili che si situano con maggiore libertà all’interno del sistema dei generi e dei linguaggi tradizionali. Pretesti: relazione tra chi scrive e chi ha già scritto. Letture, riletture con cui si cerca di rilevare nei testi scritti i sommovimenti prodotti dalla differenza uomo/donna.

Il sogno e le storie

Esperienze confinate tradizionalmente nella vita intima, coperte dal pudore o svelate dalla spudoratezza, viste come “naturali”, che possono essere restituite alla storia e alla cultura. Dietro i luoghi comuni della sentimentalità si cerca la difficile individuazione di un sesso e dell’altro.

Lettera non spedita
Una donna scrive a un’altra donna con cui non riesce a comunicare. Scrive in realtà a una figura di donna inventata dentro di sé, affascinante o terrificante: passaggio dall’immaginario femminile sulla “donna della propria vita” alla coscienza della relazione tra donne.

Racconti di nascita
Provare a formulare i primi racconti o i primi ricordi di quel periodo muto che va dal desiderio di un figlio, al concepimento, alla gravidanza, al parto, ai primi mesi della maternità. Esperienze diverse di identificazione con l’essere madre o l’essere figlia.

Lapis a quatriglié
“Tengo làppese a quatriglié”: espressione napoletana che può essere intesa come essere fuori di sé, agitati da pensieri violenti e misteriosi, e quindi irrimedibilmente separati da chi ci sta vicino. Particolarmente inquietante se si tratta della propria madre. Nella mente si disegnano ingarbugliati tratti di matita, geroglifici di una lingua sconosciuta: irruzione arbitraria e prepotente di significazioni inconsce nella vita quotidiana, capaci di creare vuoti di senso, ma anche domande che, per addomesticarli, li interrogano. Una rubrica che tenterà il racconto di dimenticanze, lapsus, atti mancati, errori.

Proscenio
I media dell’immagine: zona pericolosa di simulazioni e di mitologie, ma anche zona vitale, compromessa col corpo, con la seduzione, il piacere. Cinema, fotografia, televisione, musica, danza, teatro, pubblicità e video-music, nutrono la voracità di spettatrici poste al riparo di un “altrove” garantito da discipline di più nobile tradizione. Analisi, incursioni, demistificazioni: nessuna certezza di trovare dispiegata la voce autorevole della differenza, dell’autonomia; convinzione che l’accesso al regno dei media può consentire a letteratura e filosofia di non trasformarsi, per le donne, in opache e frigide zone di confine.

Spazi, percorsi, persone
Presenza di donne che balzano agli occhi nello spazio della vita civile. Una geografia femminile coatta -donne fuori dagli asili, dalle carceri, ecc.- e una più libera che utilizza percorsi e tempi della giornata seguendo intendimenti propri.

Produzione di sè e d’altro
Il racconto di chi esce dal privato per portare la propria presenza attiva nelle aree istituzionali e produttive. Una rubrica che vuole dare voce a esperienze legate al lavoro -desideri, paure, desideri, attese, delusioni-, strette tra emancipazione eterodiretta e autoemarginazione.


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7 commenti

  1. api
  2. Maria R Scolaro
  3. lea melandri

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  1. Grazia Livi e la “scabrosa libertà” | Donne della realta's Blog
    […] è il testo di una intervista alla scrittrice Grazia Livi, pubblicata sul n. 22 del giugno 1994 di “Lapis”,…

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